Sul lungomare di Tel Aviv c’è una coppia seduta sugli scogli, che si tiene
per mano. Lei ha lunghi capelli neri, avvolti da un velo. Lui indossa la
kippah. Ogni giorno, da dieci anni, tornano su quella scogliera,
all’ora del tramonto. Perché è stato lì – a metà strada fra la parte islamica
quella ebraica della città - che si sono conosciuti e innamorati.
Ogni anno più di mille coppie, in Israele, sfidano i pregiudizi, le difficoltà, e il secolare antagonismo fra la società islamica e quella ebraica, per unirsi in matrimonio. La legislazione attualmente in vigore nello Stato di Israele, però, consente le nozze solo all’interno di una delle dodici comunità religiose riconosciute (ebraica, musulmana, drusa e nove diverse confessioni cristiane). E mentre lo Stato ebraico oggi ammette - ma in rarissimi casi - le unioni civili fra persone senza religione, per gli altri questa possibilità non esiste. E le coppie miste devono ricorrere a uno stratagemma: sposarsi all’estero e far riconoscere solo in seguito la loro unione dallo Stato di Israele.
Un fenomeno, questo, in continua crescita. Nell’ultimo anno, le unioni fra persone di fede diversa sono state 1.200. Con un aumento del 15% rispetto all’anno precedente. Di queste, quasi la metà – appunto – fra musulmani ed ebrei. Nonostante le periodiche e discusse campagne di stampa – a opera delle correnti più conservatrici - che scoraggiano le unioni miste.
La meta prediletta per i matrimoni all’estero è Cipro: qui ogni anno, la piazza centrale di Larnaca, diventa l’insolito teatro di nozze di massa. Tanto che persino le agenzie di viaggio si sono attrezzate, fiutando il business: il "pacchetto matrimonio" nell’isola del Mediterraneo, compreso di cerimonia civile, costo dei documenti, hotel e cena a lume di candela per gli sposini, è disponibile in quasi tutte le agenzie di Tel Aviv. Costo medio: il corrispettivo di quasi 800 euro. Ma, a matrimonio avvenuto, la strada non è ancora spianata: le difficoltà sono soprattutto burocratiche.
La Corte Suprema israeliana, infatti, secondo una legge in vigore dagli anni Sessanta, stabilisce la validità dei matrimoni civili all’estero, che devono però essere riconosciuti attraverso un iter che dura generalmente più di un anno. In questo periodo la coppia è formalmente “sotto investigazione”, per stabilire l’autenticità dell’unione. E tutto si complica alla nascita dei figli.
Spiega la scrittrice italo-marocchina Anna Mahjar-Barducci, sposata con un cittadino israeliano: “Anche noi ci siamo uniti in matrimonio a Cipro. La situazione kafkiana è cominciata con la nascita della nostra bambina, Hili, venuta alla luce nel 2009. Non essendo io né israeliana e neppure di fede ebraica, lo Stato di Israele non ha voluto che mia figlia avesse il cognome paterno, nonostante mio marito avesse già riconosciuto la bimba e noi fossimo regolarmente sposati, e ci hanno obbligati a sottoporci ad un test del DNA. Il primo certificato di nascita di Hili non riportava né il nome del padre né la nazionalità, ma soltanto il mio cognome. Per otto mesi, Hili è stata apolide e non abbiamo potuto lasciare il Paese”.
Ogni anno più di mille coppie, in Israele, sfidano i pregiudizi, le difficoltà, e il secolare antagonismo fra la società islamica e quella ebraica, per unirsi in matrimonio. La legislazione attualmente in vigore nello Stato di Israele, però, consente le nozze solo all’interno di una delle dodici comunità religiose riconosciute (ebraica, musulmana, drusa e nove diverse confessioni cristiane). E mentre lo Stato ebraico oggi ammette - ma in rarissimi casi - le unioni civili fra persone senza religione, per gli altri questa possibilità non esiste. E le coppie miste devono ricorrere a uno stratagemma: sposarsi all’estero e far riconoscere solo in seguito la loro unione dallo Stato di Israele.
Un fenomeno, questo, in continua crescita. Nell’ultimo anno, le unioni fra persone di fede diversa sono state 1.200. Con un aumento del 15% rispetto all’anno precedente. Di queste, quasi la metà – appunto – fra musulmani ed ebrei. Nonostante le periodiche e discusse campagne di stampa – a opera delle correnti più conservatrici - che scoraggiano le unioni miste.
La meta prediletta per i matrimoni all’estero è Cipro: qui ogni anno, la piazza centrale di Larnaca, diventa l’insolito teatro di nozze di massa. Tanto che persino le agenzie di viaggio si sono attrezzate, fiutando il business: il "pacchetto matrimonio" nell’isola del Mediterraneo, compreso di cerimonia civile, costo dei documenti, hotel e cena a lume di candela per gli sposini, è disponibile in quasi tutte le agenzie di Tel Aviv. Costo medio: il corrispettivo di quasi 800 euro. Ma, a matrimonio avvenuto, la strada non è ancora spianata: le difficoltà sono soprattutto burocratiche.
La Corte Suprema israeliana, infatti, secondo una legge in vigore dagli anni Sessanta, stabilisce la validità dei matrimoni civili all’estero, che devono però essere riconosciuti attraverso un iter che dura generalmente più di un anno. In questo periodo la coppia è formalmente “sotto investigazione”, per stabilire l’autenticità dell’unione. E tutto si complica alla nascita dei figli.
Spiega la scrittrice italo-marocchina Anna Mahjar-Barducci, sposata con un cittadino israeliano: “Anche noi ci siamo uniti in matrimonio a Cipro. La situazione kafkiana è cominciata con la nascita della nostra bambina, Hili, venuta alla luce nel 2009. Non essendo io né israeliana e neppure di fede ebraica, lo Stato di Israele non ha voluto che mia figlia avesse il cognome paterno, nonostante mio marito avesse già riconosciuto la bimba e noi fossimo regolarmente sposati, e ci hanno obbligati a sottoporci ad un test del DNA. Il primo certificato di nascita di Hili non riportava né il nome del padre né la nazionalità, ma soltanto il mio cognome. Per otto mesi, Hili è stata apolide e non abbiamo potuto lasciare il Paese”.
Di storie come quelle di Anna, ne esistono a
migliaia. Tanto che alcuni mesi fa il quotidiano liberal-progressista Haaretz - attraverso gli
accesi editoriali di Gideon Levy - è tornato a chiedere con un’accesa campagna
di stampa l’introduzione delle unioni civili anche fra persone di fede
religiosa diversa. Secondo Haaretz, la mancanza di una legislazione
sul matrimonio civile si lega alla crescente influenza dell’ebraismo più
radicale nella politica nazionale, che durante il governo Netanyahu si
sarebbe intensificato. E - a testimonianza di questo - cita gli articoli che
periodicamente vengono pubblicati sulla stampa più conservatrice in cui si
disapprovano le unioni di coppie miste, anche celebri. Come il recente
matrimonio - celebrato in una sorta di cerimonia ecumenica - tra la figlia
dell’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, Chelsea Clinton,
metodista, e il finanziere Marc Mezvinsky, rampollo di una delle più
altolocate famiglie ebraiche americane. O come le critiche riservate alla top
model israeliana Bar Refaeli, per anni sentimentalmente legata all’attore
americano (di fede cattolica) Leonardo Di Caprio.
Ma soprattutto, Haaretz ricorda i recenti
spot contro i matrimoni misti diffusi su YouTube e Facebook dall’organizzazione
Masa che collabora con il governo isreaeliano per il ritorno a casa dei giovani
della Diaspora. “Se non sposi una non ebrea sei perduto - recitava lo spot - Più
del 50% dei giovani della diaspora vengono assimilati. Se conosci qualche
giovane ebreo che vive all’estero chiamaci: insieme rafforzeremo il suo legame
con Israele”. La reazione da parte degli organi di stampa, compreso il
filogovernativo Jerusalem Post, è stata netta e tranchant: “Quello spot è
scandaloso. Va subito rimosso”. La durata della campagna di stampa contro la
“degiudaizzazione” è durata il tempo di dieci giorni.

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